“Chi è immune al Coronavirus?”

Aggiornato il: giu 11

La riapertura graduale del Paese rappresenta una fase complessa e cruciale per la salute dei suoi cittadini, si stanno per adottare misure importanti disponendo solo di “barlumi di dati”. Sebbene sia un problema politico ed economico molto complesso a causa delle profonde ripercussioni che ne conseguono, proverò a introdurvi l’aspetto immunologico ed epidemiologico con una review “semplificata” di un brillante articolo[1] pubblicato sul New York Times dal dott. Marc Lipsitch

Il dott. Lipsitch è un professore nei Dipartimenti di Epidemiologia e Immunologia e Malattie Infettive della Harvard T.H. Chan - School of Public Health, Boston, MA e dirige il Center for Communicable Disease Dynamics: un centro nazionale e internazionale che ha esperienza nella gestione di altre epidemie simili (SARS e MERS) e che rappresenta un punto di riferimento per la ricerca, per l’insegnamento della salute pubblica.

Lo scenario in cui si verifica che una persona infetta è completamente immune per tutta la vita è applicabile a molte infezioni, non a tutte.

Infatti, la comunità scientifica ha capito che le cose sono spesso più complicate di quanto si immagini e l'immunità ai coronavirus rientra tra queste.


SARS-CoV-2 è la terza grande epidemia di coronavirus che si è sviluppata negli esseri umani negli ultimi tempi, dopo l'epidemia di SARS del 2002-3 e l'epidemia di MERS iniziata nel 2012. Tuttavia, gran parte della nostra comprensione dell'immunità coronavirus non proviene da SARS o MERS - che hanno contagiato un numero relativamente basso di persone - ma dai coronavirus che si diffondono ogni anno causando infezioni respiratorie che vanno da un comune raffreddore a polmonite.

In due studi separati, i ricercatori hanno infettato volontari umani con un coronavirus stagionale e circa un anno dopo, li hanno inoculati con lo stesso virus o un virus simile per osservare se avessero acquisito l'immunità.


Nel primo studio del 1978, i ricercatori hanno selezionato 18 volontari che hanno sviluppato raffreddori dopo essere stati inoculati con un ceppo di coronavirus. Sei dei soggetti sono stati nuovamente contagiati un anno dopo con lo stesso ceppo, e nessuno è risultato infetto, presumibilmente grazie alla protezione acquisita con la loro risposta immunitaria alla prima infezione. Gli altri 12 volontari sono stati esposti a un ceppo leggermente diverso di coronavirus un anno dopo, e la loro protezione era solo parziale.

In un altro studio pubblicato nel 1990, 15 volontari sono stati inoculati con un coronavirus e 10 sono risultati infetti. Quattordici di loro sono tornati per un'altra inoculazione con lo stesso ceppo un anno dopo: hanno mostrato sintomi meno gravi, specialmente quelli che avevano avuto una forte risposta immunitaria la prima volta.

Tuttavia, non sono stati condotti studi clinici per l'immunità alla SARS e alla MERS ma le quantità di anticorpi nel sangue delle persone che sono sopravvissute a quelle infezioni suggeriscono che queste difese persistono per qualche tempo. Sebbene la capacità di questi anticorpi nel combattere il virus diminuiva in entrambi i casi, si stima che avessero una immunità durevole di circa due anni per la SARS, secondo uno studio, e quasi tre anni per la MERS, secondo un altro.

Sulla base dei dati attualmente disponibili si potrebbe descrivere una situazione come la seguente: dopo essere stato infettato con SARS-CoV-2, la maggior parte degli individui avrà una risposta immunitaria, alcuni meglio di altri. Tale risposta, si può presumere, offrirà una certa protezione a medio termine, almeno un anno, e la sua efficacia potrebbe diminuire col tempo. Il dott. Lipsitch, i suoi colleghi ed i suoi studenti hanno analizzato statisticamente migliaia di casi di coronavirus stagionali negli Stati Uniti ed hanno dedotto che l'immunità dura un anno (o giù di lì) per i due coronavirus stagionali più simili alla SARS-CoV-2.


Altre prove supportano questa teoria. Un recente studio peer-reviewed (revisionato da esperti) condotto da un team dell'Università Erasmus, nei Paesi Bassi, ha pubblicato i dati di 12 pazienti che dimostrano di aver sviluppato anticorpi dopo l'infezione da SARS-CoV-2.

Se quindi è vero che l'infezione crea immunità nella maggior parte o in tutti gli individui e che dura un anno o più, allora l'infezione di un numero crescente di persone in una data popolazione porterà alla formazione della cosiddetta immunità di gregge.

Se questa è abbastanza diffusa, il virus sarà contenuto, anche in assenza di misure volte a rallentare la trasmissione e almeno fino a quando non diminuirà l'immunità al virus o non nascerà un numero sufficiente di nuove persone suscettibili all’infezione.


Al momento, i casi di Covid-19 sono sottostimati, forse di un fattore 10, a causa di test limitati . Se questa stima fosse reale allora la maggioranza della popolazione sarebbe ancora suscettibile alle infezioni.


Ma l’altro aspetto da considerare ha indubbiamente a che fare con la possibilità di reinfezione.

I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie della Corea del Sud hanno recentemente riferito che 91 pazienti che erano stati infettati da SARS-CoV-2 e poi testati negativi per il virus, in seguito sono risultati di nuovo positivi. Tuttavia, bisogna considerare il test stesso come uno strumento non totalmente valido per ottenere dati attendibili. Una possibilità alternativa che vaga nella mente di diversi scienziati è che questi pazienti abbiano avuto un falso test negativo, o che l'infezione si era temporaneamente placata ed è poi riemersa.

Come per altre malattie è difficile capire se si verifica una “ricaduta” (vedi tubercolosi) ma il problema potrebbe essere risolto confrontando la sequenza del genoma virale al primo e al secondo stadio di infezione.


Per ora, è ragionevole supporre che solo una minoranza della popolazione mondiale sia immune alla SARS-CoV-2, anche nelle zone duramente colpite.



Come può evolvere la situazione con l’aiuto di dati migliori?


Sulla base degli esperimenti volontari sui coronavirus stagionali e sugli studi anticorpali per la persistenza di SARS e MERS, ci si potrebbe aspettare una forte risposta immunitaria alla SARS-CoV-2 per proteggere completamente contro la reinfezione e una più debole per proteggersi da infezioni gravi e quindi rallentare ancora la diffusione del virus. Ma, progettare studi epidemiologici validi per capire tutto questo, non è facile.

La difficoltà principale è che le persone già contagiate potrebbero presentare sintomi o caratteristiche diverse da quelle che non sono venute ancora a contatto con il virus. L'esposizione preventiva di altri fattori di rischio si chiama "confounding" (fraintendimento).

Tutto ciò, inoltre, è reso molto più difficile dalle condizioni in rapida evoluzione della pandemia SARS-CoV-2 ancora in atto.

Non meno importante è la questione del potenziamento immunitario. Infatti, attraverso una varietà di meccanismi, il sistema immunitario umano a contatto con un coronavirus può in alcuni casi riacutizzare un'infezione piuttosto che prevenirla o mitigarla. Questo fenomeno si riscontra abitualmente in un altro gruppo di virus, i flavivirus, e può spiegare perché la somministrazione di un vaccino contro la febbre da flavivirus può, a volte, peggiorare la malattia.

Tali meccanismi sono ancora allo studio per i coronavirus, la buona notizia è che la ricerca su SARS e MERS ha iniziato a chiarire come funzionano le diverse fasi di questa malattia, suggerendo che sono necessari molteplici approcci, strumenti e sforzi per trovare un vaccino per Covid-19.


Come già detto all’inizio di questo post, importanti decisioni dovranno essere prese nonostante le poche certezze attualmente disponibili e quindi concludo condividendovi questa citazione:


Non importa quanto cambino i tempi o quanto sia progredita una civiltà, in fin dei conti tutto dipende dal carattere delle persone. Le decisioni degli esseri umani determinano il loro destino e quello del resto del mondo.” DAISAKU IKEDA

53 visualizzazioni