• Iannucci Carmela

Fase 2: è giusto ripartire?

Come già riferito dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, le riaperture sono state stabilite tenendo conto dei dati relativa alla diffusione del contagio, con un monitoraggio a 15 giorni per verificare la tenuta del contenimento e, in caso di alterazione del contagio, si procede con nuove chiusure.

È giusto ripartire tutti insieme? Le nuove disposizioni sono condivisibili?

Scopriamolo analizzando le problematiche che sembrano più interessanti.

fonte: Repubblica


Serve davvero effettuare test sierologici in questa fase o sarebbe meglio aumentare i tamponi faringei con il metodo Pcr (Reazione a catena della Polimerasi)?

Il Commissario straordinario per l’emergenza Coronavirus, Domenico Arcuri, ha indetto la gara “in procedura semplificata e di massima urgenza” per l’acquisto di Kit, reagenti e consumabili destinati all’effettuazione di 150mila test sierologici, che serviranno per l’indagine campione sulla diffusione dell’infezione da SarsCoV2 nella popolazione italiana. La gara è stata vinta da Abott, una importante azienda farmaceutica americana, e il dispositivo medico sarà oggetto di un altro articolo per svelarvi tutti i dettagli.

Tuttavia, è lecito chiedersi se un simile intervento di controllo tramite test costituisce davvero un parametro adeguato di cui tener conto per ridurre le misure di contenimento o se esso, piuttosto, indurrebbe erroneamente a lasciare in circolazione soggetti con risultati falsi negativi. Innanzitutto, se si tratta di test sierologici, come già discusso nel precedente articolo, bisogna prestare molta cautela nell’analizzare il risultato che questo dispositivo medico genera. Infatti, come recentemente confermato dall’OMS, questo tipo di analisi deve essere accompagnata anche dall’analisi in laboratorio con metodo PCR a causa dell’elevata incertezza sull’accuratezza dei risultati. Inoltre, come già discusso qui, il test sierologico valuta esclusivamente se la persona è stata esposta al virus o meno no ma non indica se la persona è immune, cioè è protetta rispetto a successive infezioni.

Non c’è dubbio che questi sforzi sono stati ideati allo scopo di determinare l’estensione dell’infezione italiana ma è necessario scegliere adeguatamente gli strumenti disponibili e utilizzarli con cognizione di causa.

Un aiuto importante può essere l’App IMMUNI ma perderemo la nostra privacy?

Con un’ordinanza del 16 aprile il Commissario Domenico Arcuri, infatti, ha disposto la stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d’uso sul software di contact tracing e di appalto di servizio gratuito con la Bending Spoons S.p.A., la società impegnata nella realizzazione della app.

Durante la fase 2, si chiederà, in forma volontaria, ai cittadini di istallare sul proprio smartphone un'app chiamata Immuni.

Il software in questione è stato individuato come il più idoneo tra quelli selezionati dagli esperti della task force istituita dal Ministro per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione in accordo con il Ministero della Salute.

L'app si potrà, quindi, scaricare e installare sugli smatphone con sistema operativo Ios o Android e funzionerà grazie all'attivazione del bluetooth (low energy). L’applicazione di contact tracing registrerà la prossimità tra i cellulari delle persone con i quali il soggetto è venuto a contatto.

Tali dati rimarranno all’interno del cellulare fino all’eventuale diagnosi di contagio. In tal modo, si creerebbe un registro dei contatti che un soggetto ha, che tenga conto di tre informazioni: qual è il dispositivo con il quale sono stato in contatto, a che distanza e per quanto tempo.

Il sistema non ha l’obiettivo di geolocalizzazione degli individui, bensì quello di tracciare per un determinato periodo di tempo degli identificativi criptati dei cellulari con il quale il soggetto positivo al virus è stato in stretto contatto. Questo diviene possibile, però, solo se sia nel cellulare del soggetto positivo che in quello di quanti entrano in contatto con lui è presente l'applicazione di tracciamento.

Ecco come dovrebbe funzionare l’app: qualora il soggetto risulti positivo a seguito di un test, l’operatore medico autorizzato dal cittadino positivo, attraverso l’identificativo anonimo dello stesso, fa partire un messaggio di alert per informare tutti quegli utenti identificati in modo anonimo che sono entrati in contatto con lui.

Qui, puoi trovare un approfondimento su questo specifico argomento.


Riusciremo a garantire mascherine e guanti a tutti?

È giusto farle pagare? Si possono riutilizzare?

La corsa alle mascherine, difatti, comporterà non solo il problema della loro disponibilità immediata, ma anche quello del loro costo. Non a caso ci sono regioni, come la Toscana e la Campania, che hanno garantito una prima distribuzione gratuita di DPI (dispositivi di protezione individuale) tra i loro cittadini.

Ma a quanto ammonterebbe presumibilmente la spesa di una famiglia di 4 persone per organizzare una scorta di mascherine per almeno un mese?

L’opzione più economica, quella relativa all’acquisto della classica mascherina chirurgica, consigliata per l'utilizzo quotidiano a chi non fa il medico o non lavora a contatto con malati di Covid-19, il costo finale potrebbe essere non indifferente: in base ai calcoli del Sole 24 Ore il costo sarebbe fino a 60 euro al mese a famiglia. Un esborso non da poco.

Non è meno importante assicurarsi se le mascherine chirurgiche (o quelle che sembrano tali) possano essere riutilizzate o meno. Per definizione, una mascherina chirurgica è un dispositivo medico monouso. Sebbene è senso comune che è necessario sanificarle al fine di poterle riutilizzare, è bene ricordare che non esiste un protocollo unico riconosciuto per questa pratica.

Un documento del ECDC (European Center Disease Prevention and Control) spiega bene questo concetto e propone alcuni metodi che potrebbero essere utili per la causa.

Come si legge in questo documento aggiornato 26/03/2020, la commissione del ECDC non è stata in grado di identificare alcun metodo esistente che rimuova efficacemente la minaccia virale, sia per l'utente sia per non compromettere l'integrità dei vari elementi della mascherina.

La sterilizzazione a vapore è una procedura abitualmente utilizzata negli ospedali. Tuttavia, è stata riportata deformazione delle mascherine dopo la sterilizzazione del vapore a 134° C è stato riportato in uno studio condotto nei Paesi Bassi, a seconda del tipo di maschera FFP2 utilizzata.

L'irradiazione gamma è un metodo comunemente usato per la sterilizzazione su larga scala di dispositivi medici e prodotti alimentari. Sebbene uno studio ha indicato che una dose di 20kGy (2MRad) è sufficiente per l'inattivazione di coronavirus, l'attrezzatura necessaria non è comunemente disponibile negli ospedali. Inoltre, altri studi in corso sull'utilizzo dell'irradiazione gamma con una dose di 24kGy per sterilizzare i respiratori hanno dimostrato la possibile deformazione della maschera, compromettendo lo strato filtrante interno e il raccordo della maschera sul viso.

Sono stati considerati anche altri metodi come la decontaminazione dell'ozono, l'irradiazione germicida ultravioletta e l'ossido di etilene.

I metodi già menzionati, sono considerati solo come metodi straordinari di ultima istanza in caso di imminente carenza di DPI. Dovrebbero essere applicati solo dopo un'attenta valutazione della situazione e dopo aver esplorato la possibilità di un uso razionale e consapevole delle risorse di DPI.

Cosa accadrà alla filiera turistica, in particolare a quella balneare? Potremo fare una nuotata in sicurezza?

Per quanto riguarda l’inizio della stagione balneare, si pensa di imporre il divieto di accedere a spiagge libere, salvo restando la possibilità di servirsi di lidi allestiti rispettando tutte una serie di specifiche disposizioni.

“Bisogna essere cauti e prudenti”, osserva il responsabile del Dipartimento dell’Emergenza dell’ospedale G.B. Grassi di Ostia, Prof Giulio Maria Ricciuto, “andare in spiaggia è tecnicamente possibile, ma bisogna mantenere le dovute distanze tra gli ombrelloni e le persone”.

Bisognerà indossare maschere “total-face” con filtro in acqua e guanti?

Secondo alcuni virologi basta mantenere il distanziamento e non si corre rischio, anche qualora nella stessa acqua si fosse bagnato un Covid19 positivo. In relazione alla diluizione, la probabilità di contagiarsi sarebbe pari a zero.

Di certo bisognerà sanificare lettini e sdraio dopo ogni uso e per le consumazioni da bar e ristorante si potrebbe organizzare un servizio all’ombrellone, in modo da evitare file negli impianti.

Restano tanti dubbi, tante perplessità, ma deve rimanere un'unica certezza:

“USCIREMO PIU’ FORTI DI PRIMA”

Fonti:

1. Ministero della Salute – Nuovo Coronavirus - www.salute.gov.it

2. European Centre for Disease Prevention and Control. Cloth masks and mask sterilisation as options in case of shortage of surgical masks and respirators – 26 March 2020. Stockholm: ECDC; 2020.- https://www.ecdc.europa.eu/sites/default/files/documents/Cloth-face-masks-in-case-shortage-surgical-masks-respirators2020-03-26.pdf

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