• A. Del Barone

Microplastiche

In tempi di Covid-19 assistiamo all’ emergenza inquinamento per tutti i dispositivi di protezione non biodegradabili. Oggi affronteremo l’argomento delle microplastiche.



COSA SONO LE MICROPLASTICHE?

Particelle di plastica al di sotto dei 5 mm, difficili da vedere, che tuttavia inquinano l’ambiente. L’Unep (Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite), attraverso le etichette, ci svela dove troviamo la presenza di microplastiche: Polietilene (PE) che ritroviamo nei microgranuli dei dentifrici, Polimetilmetacrilato (PMMA), spesso indicato semplicemente come acrilico nelle vernici, ma, presente anche nelle comuni lenti a contatto. Il Nylon presente nelle bustine di thè che rilasciano miliardi di microplastiche, Polietilene tereftalato (PET) lo troviamo nelle bottiglie in plastica e, infine, il Polipropilene (PP) impiegato nelle industrie tessili.

Le microplastiche possono essere PRIMARIE[1]:

-rilasciate direttamente nell’ambiente

-lavaggio di capi sintetici

- pneumatici anche durante la guida

- cosmetica[2]

SECONDARIE:

-Prodotti di degradazione di oggetti di plastica più grandi[3]


PERCHÉ SONO OGGETTO DI STUDIO?

Negli ultimi decenni gli studi si sono concentrati sull’ambiente marino. Recentemente hanno posto anche l’attenzione sui sistemi terresti. Negli oceani ci sono all’incirca 51 miliardi [4] di particelle che, essendo inghiottite da animali marini, attraverso la catena alimentare, arrivano alle nostre tavole.

Nel 2017 la comunità europea ha pubblicato uno studio, il quale fornisce informazioni sull’uso di microplastiche in diversi prodotti e dei suoi rischi per la salute umana e per l’ambiente. L’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, ha dimostrato la presenza in determinati cibi di microplastiche. Attualmente effetti diretti sulla salute sono ancora ignoti perché metodiche di laboratorio precise e valide non ci sono. Sicuramente possono essere dannosi in quanto la plastica, prodotto di diverse lavorazioni, contiene sostanze chimiche, a causa delle piccole dimensioni possono raggiungere polmoni, tratto gastroenterico e rilasciare questi contenuti tossici per l’uomo.



Bioaccumulo lungo la catena alimentare di sostanze dannose per la salute

Nel 2018[5] gli eurodeputati, per far fronte a questa emergenza, hanno introdotto una strategia che punta all’ aumento dei tassi di riciclaggio dei rifiuti. Attualmente le imprese possono adottare le norme ISO. Norme di carattere volontario, non obbligatorie, ma, che tracciano linee guida da seguire per attestare la qualità di una determinata impresa. In particolare, la norma ISO 14001 (UNI EN ISO 14001) è destinata ad imprese che hanno un sistema di gestione per tenere sotto controllo gli impatti ambientali della propria attività e che siano sostenibili. Un altro esempio di applicazione da parte delle imprese per la salvaguardia dell’ambiente è la scelta della realizzazione di imballaggi e prodotti in carta certificata FSC. Ad oggi è il marchio più famoso nel campo del packaging, e l’etichetta di certificazione FSC fornisce garanzie che il prodotto acquistato sia realizzato in legno o carta proveniente da fonti responsabili. Inoltre, esistono 3 tipi di etichette FSC: FSC 100% foreste certificate, FSC riciclato cioè proveniente da materiale di recupero o FSC misto ovvero si tratta di legno controllato ma non certificato.


Etichette di certificazioni FSC e ISO 14001 che ritroviamo sulle confezioni di prodotti ecosostenibili.


Uno degli obiettivi della comunità europea per ridurre l’impatto ambientale delle microplastiche è anche quello di rendere entro il 2030[6] gli imballaggi di plastica riutilizzabili o riciclabili. Inoltre, è stato proposto di porre un divieto sull’ aggiunta di questi prodotti nei cosmetici e detergenti entro il 2020. Nonostante le direttive europee, nel 2020[7] ancora i prodotti cosmetici, come ad esempio gli scrub per il viso, sono oggetto di studio. Nei comuni detergenti per la pulizia del viso che elencano il polietilene come ingredienti, riscontriamo la presenza di microsfere di plastica. Queste finite in mare sono ingerite da diversi animali marini, tra cui zooplancton, cozze, ostriche, gamberi, pesci ecc. fino ad entrare nelle catene alimentari umane. Quindi è bene educare il pubblico ai pericoli derivanti dall'uso di prodotti che rappresentano una minaccia immediata e a lungo termine sia per la salute degli ecosistemi e sia del cibo che mangiamo.

Ovviamente c’è da tener conto anche dell’impatto sul clima, ovvero, riciclare 1 milione di tonnellate di plastica corrisponde ad eliminare 1 milione di auto dalle strade (in termini di emissione di anidride carbonica).



NORMATIVE SULLE SOSTANZE CHIMICHE

L’agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) è stata fondata nel 2007 e si occupa degli aspetti legislativi collegati alle sostanze chimiche. La sua missione è proporre un uso sicuro delle sostanze chimiche per tutelare ambiente e salute. In particolare, affianca aziende e industrie per responsabilizzare le imprese nell’ utilizzo delle sostanze. Dell’ ECHA fanno parte 4 temi importanti:

- REACH: regolamento che valuta, autorizza e applica restrizioni su sostanze e miscele chimiche

- CLP: regolamento che ha allineato l’etichettatura delle sostanze chimiche a livello mondiale

- BPR: regolamento sui biocidi migliorando il funzionamento sul mercato europeo

- PIC: regolamento che disciplina importazione/esportazione di sostanze chimiche pericolose

A gennaio 2019 L’ECHA, contro la lotta alle microplastiche, ha proposto delle restrizioni per la tutela dell’ambiente. Queste restrizioni sono state approvate dal CER (comitato per la valutazione dei rischi) e raccomandano:

- POLIMERI BIODEGRADABILI, nonostante il CER abbia qualche dubbio a riguardo, sono state escluse dalle restrizioni.

- AL DI SOTTO DEI 100 NANOMETRI SONO DEFINITE MICROPLASTICHE, il CER in questo caso ha raccomandato di non fissare il limite più basso, in quanto questa restrizione può essere applicata anche in altri ambiti (catene di approvvigionamento). Inoltre, al momento non ci sono metodi analitici adeguati ad analizzare particelle inferiori.

L’ECHA ha avuto approvazioni, per queste restrizioni, anche dal suo comitato socioeconomico (CASE). Al momento i benefici economici non sono possibili da stimare, ma, un’azione tempestiva a livello ambientale ha esiti positivi sulla società. Entro la fine del 2020 il parere dei comitati CER e CASE dovrebbe essere pronto, per il momento restano in fase di esame.


IL SUOLO

Studiare l’inquinamento da microplastiche in ambiente marino è più semplice, basta estrarre i filamenti di plastica dall’acqua e quantificarli. In ambiente terrestre [8], e in particolare nel suolo, la cosa diventa più complessa. La mancanza di studi effettuati su matrice terrestre non indica che non ci sia inquinamento, bensì che non esiste ancora un modo valido per tutti i laboratori per studiarlo. In uno studio recente si mira a colmare le lacune proprio su questo argomento, sugli effetti ecologici delle microplastiche nel suolo. Gli scienziati hanno osservato che esiste una migrazione verticale e orizzontale delle microplastiche nel suolo. Questo è dovuto a diversi fattori: dalle caratteristiche del suolo, dai microrganismi che vivono nel suolo e dalle microplastiche presenti che cambiano la struttura quando vengono integrate nel suolo. Oltre ai già citati danni alla catena alimentare, le microplastiche hanno potenziali effetti sulla crescita delle piante e possono accumularsi nelle stesse. Per questo lo studio tende ad incentivare future ricerche sulla microplastica del suolo con una certa urgenza, così da poter attuare necessarie misure correttive per mitigare i rischi annessi.

Una delle soluzioni che riscontra maggior consenso nell'andamento delle ricerche in questo campo consiste nell’utilizzo di batteri che possano biodegradare le microplastiche e risanare biologicamente i terreni.

D'altra parte, è da tener presente che, anche attraverso gli impianti di irrigazione dei campi, le microplastiche primarie o secondarie possono inquinare il suolo. Particelle o fibre molto piccole potrebbero anche essere diffuse dall'aria e quindi penetrare nei sistemi terrestri. La fauna del suolo, come ad esempio i lombrichi [9], potrebbe contribuire alla formazione di microplastiche secondarie: ingeriscono pezzi di plastica e li macinano con la digestione in modo tale da ridurre le dimensioni e produrre microplastiche.

Un ulteriore aspetto da prendere in considerazione è che, a differenza di ciò che avviene nel sistema acquatico, le microplastiche possono probabilmente assorbire contaminanti presenti nel suolo. La plastica, infatti, è abbastanza resistente alla degradazione del suolo e sarà abbastanza difficile comprendere gli impatti ambientali a causa della maggiore superficie e biodiversità.


Inizialmente si utilizzavano test ecotossicologici per studiare gli effetti delle microplastiche proprio perché rilasciano sostanze chimiche. Attualmente, riconoscendo che le plastiche possono spostarsi su larga scala tra un habitat ed un altro, la sfida è proprio comprendere i flussi delle microplastiche negli ecosistemi terrestri. Le microplastiche sono per lo più composte da carbonio[10], la presenza di queste in un ecosistema, rappresenta un’ulteriore fonte di carbonio che si riscontra. Finora però si è posta l’attenzione sulla quantificazione delle particelle presenti e non sulla presenza di carbonio rilasciata dalla microplastica stessa.


Figura 5. Deposizione e accumulo di microplastiche nel suolo, con conseguenze sulla produzione di carbonio e sui gas a effetto serra. https://science.sciencemag.org/content/368/6498/1430.full

CONCLUSIONE

L'inquinamento da microplastica è rapidamente diventato una questione ambientale globale.

La presenza di microplastiche, anche negli habitat più remoti, è un problema che merita una crescente attenzione da parte di studiosi e anche di politici.

Il fenomeno può influenzare indirettamente i tassi di produzione primaria netta (cioè, trasferire l'anidride carbonica CO2 presente nell'atmosfera alla sua forma ridotta ovvero carboidrati), causando aumento di carbonio e alterazione anche di gas a effetto serra.


L’impatto ambientale e i danni dati dalle microplastiche ormai sono noti, ma, ciò non basta. Ci sono ancora molte sfide da affrontare come la quantificazione, il monitoraggio ed effetti a lungo termine che possono dare. La ricerca scientifica futura dovrebbe essere orientata in questa direzione.


http://www.efsa.europa.eu/it

http://www.fao.org/news/story/it/item/1235424/icode/

https://it.fsc.org/it-it

https://echa.europa.eu/it/home

[1] Ivar do Sul, J.A., Costa, M.F. The present and future of microplastic pollution in the marine environment. Environ. Pollut. (2014) 185, 352–364 [2] Chang M. Reducing microplastics from facial exfoliating cleansers in wastewater through treatment versus consumer product decisions. Marine Pollution Bullettin 101 (2015) 330 – 333. [3] Andrady A.L. Microplastics in the environment. Marine Pollution Bullettin. 62 (2011) 1596 – 1605. [4] Eriksen M, Lebreton LC, Carson HS, et al. Plastic Pollution in the World's Oceans: More than 5 Trillion Plastic Pieces Weighing over 250,000 Tons Afloat at Sea. PLoS One. 2014;9(12):e111913. Published 2014 Dec 10

[5] European Commission, Communication on a European strategy for plastics in a circular economy, COM(2018) 28 [6] European Parliament, Resolution of 13 September 2018 on the European strategy for plastics in a circular economy, 2018/2035(INI) [7] Mon E., Nakata H., Occurrence of microplastics in cosmetic products collected from Myanmar.IOP Conference Series: Earth and Environmental Science, June 2020,496,012011. [8] Rillig MC. Microplastic in terrestrial ecosystems and the soil?. Environmental Science and Technology 2012;46(12):6453-6454 [9] Guo JJ, Huang XP, Xiang L, et al. Source, migration and toxicology of microplastics in soil. Environ Int. 2020;137:105263 [10] Rillig MC, Lehmann A. Microplastic in terrestrial ecosystems. Science. 2020;368(6498):1430-1431

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